via Lugnano in Teverina, 32 Roma
info@lit-architects.com
+39 06 97848788

Sigit Innovation Square

“Questo progetto vuole essere un modello reiterabile nell’organismo del cluster che mette insieme i temi del percorso e della memoria, con la consapevolezza che questo edificio è parte di un sistema più complesso.”

Il progetto per la riqualificazione dell’edificio che ospiterà la sede direzionale e operativa della SIGIT, sposta il punto di osservazione della visione proposta a trent’anni in avanti. L’area di Mirafiori necessita di ricostruire la propria identità dopo il periodo di deindustrializzazione che ha vissuto negli ultimi anni, per questo si ritiene imprescindibile riflettere alla scala urbana prima che a quella dell’edificio. A nord di corso Orbassano l’area è caratterizzata da un tessuto urbano minuto fatto di edifici e capannoni industriali racchiusi all’interno dei loro recinti e che vivono indipendentemente l’uno dall’altro; a sud il corpo della città si trasforma ed è caratterizzato da enormi volumi di proprietà della FIAT. Gli elementi fisici di questa realtà definiscono a nord un costruito frammentario che richiede un pensiero organico: per raggiungere questo obiettivo il progetto si fonda dogmaticamente sui temi della memoria e del percorso. Osservando l’area dall’alto è evidente come il “tipo morfologico” dell’edificio industriale è caratterizzato da ampie superfici orizzontali che rappresentano degli spazi potenzialmente fruibili. La stessa orizzontalità riscontrata nelle coperture si ritrova anche alla quota della città, dove la presenza dei recinti nega quell’unitarietà formale propria dell’alternanza tra pieni e vuoti. Per questo la strategia progettuale si basa sul concetto di cluster che scardina la parcellizzazione degli spazi e tende a riunificare organicamente gli elementi costruiti attraverso la presenza di collegamenti che possono avvenire a quote diverse (suolo e coperture). Si definisce così un sistema aperto dove gli spazi esterni ricoprono un ruolo di connessione decisivo che non può essere contraddetto dalla presenza degli attuali limiti fisici. Il progetto, attraverso un arricchimento del programma funzionale, risponde a tale volontà costruendo dei dispositivi capaci di strutturare gli spazi in questa prospettiva. Il rammendo urbano auspicato da Renzo Piano si concretizza in questa visione con lo strumento del percorso, che organizza e struttura tutti quegli spazi “nessuno” eredità di un pensiero urbano disorganico. Una passerella esterna che si fa percorso pensile e attraversa l’edificio incontra al secondo piano un piccolo spazio dedicato alla memoria; qui la relazione visiva che si costruisce nello spazio connette percettivamente la tripla altezza centrale (laboriosa dinamicità futura) ai ricordi che rimandano alle opere litografe di Mario Gros (patrimonio culturale passato). Questo concetto vuole essere un modello reiterabile nell’organismo del cluster che mette insieme i temi del percorso e della memoria, con la certezza che questo edificio è parte di un sistema più complesso. La trasformazione del distretto industriale in distretto della nuova creatività e del nuovo “fare contemporaneo” non può rinunciare a questa importante occasione per concretizzare queste volontà. L’area esterna è organizzata dal giardino posto a sud-est è definita chiaramente da spazi di fruizione pedonale (a scala urbana) e carrabili di percorrenza a servizio delle attività lavorative. I vari fronti si specializzano rispetto il tema degli accessi. A nord-ovest è localizzato l’ingresso carrabile al parcheggio sotterraneo e quello al laboratorio materiali; a nord-est quello principale all’edificio e quello specializzato per il bar, che così risulta fruibile in modo indipendente.

Gruppo di lavoro:

Arch. Francesca Marino

Arch. Carmen Patané

Arch. Camilla Peraino

Arch. Lorenzo Procaccini

Arch. Silvia Pinci